Archive for febbraio, 2007

Però a volte si imparano cose

febbraio 13, 2007

Per esempio che il Consorzio Legno Legno organizza il Meeting del serramentista.

Come facevate senza saperlo?

Attenda in linea!

febbraio 10, 2007

Nelle attese al telefono si può sentire di tutto. Ma davvero di tutto.
Ecco la mia classifica, dopo le tre settimane di ascolti.

10. Inno alla gioia. Sparato nell’orecchio a volume da concerto metal. Dopo di che il resto della telefonata è completamente inutile, visto che non si è più in grado di sentire il proprio interlocutore.

9. We are the champions, Queen. Denota sobrietà, equilibrio e, soprattutto, umiltà.

8. Voglio vivere così. La canzone era il cavallo di battaglia di Ferruccio Tagliavini, uno fra i tenori più amati a cavallo fra anni ’30 e ’40. E già questo. Ma se in più la versione scelta è quella fricchettona dei Qbase, immaginate come sia possibile parlare seriamente con qualcuno finita l’attesa.

7. La Primavera. Un grande classico. Ma bisognerebbe spiegare a qualcuno che le stagioni sono quattro e che ogni tanto se ne potrebbe scegliere un’altra per le attese al telefono.

6. Per Elisa. Altro grande classico. Ma che nella versione midi fa accapponare la pelle come nemmeno il gesso sulla lavagna.

5. Il valzer dei fiori, dallo Schiaccianoci di Tchaikovsky. In versione midi. Che non può non riportare la mente alla pubblicità dei deodoranti da bagno. Che alla fine, come dice giustamente lei, invece di una risposta ti aspetti che qualcuno tiri lo sciacquone.

4. La marcia di Radetzky. Che a sentirla fa venire voglia di saltare a pie’ pari sulla scrivania e al grido di “Avanti miei prodi!” lanciarsi alla riconquista del lombardo-veneto contro l’austriaco usurpatore.

3. Masked Ball, di Jocelyn Pook. Ricordate Eyes Wide Shut? Ricordate la musica dell’orgia in maschera a cui partecipa Tom Cruise? Ecco.

2. Hold the line, Toto. Chi sceglie questa canzone come musica d’attesa va ammirato, perché è persona dotata di gran senso dell’umorismo. Oppure è uno stupido integrale.

1. Silenzio. E’ spiazzante. Ti dicono di attendere in linea e tu ti prepari mentalmente al peggio. Invece non succede niente. Silenzio. Per secondi, per minuti. A volte fa davvero bene.

Tutte le fortune

febbraio 9, 2007

La fortuna è che il mio call center non riceve le telefonate, le fa.
La fortuna è che telefoniamo, nella maggior parte dei casi, a delle persone i cui nominativi sono forniti dall’ente che commissiona il lavoro.
La fortuna è che, nella maggior parte dei casi, dobbiamo sottoporre al nostro interlocutore un breve e semplice questionario perché il committente possa correggere e migliorare i servizi offerti.

Così capita di chiamare uomini che vanno verso la cinquantina, che lavorano da dieci anni con contratti a termine rinnovati ogni sei mesi ma che sono in scadenza e non saranno rinnovati, uomini che sanno che non troveranno mai più un lavoro.
E a questi uomini noi chiediamo se i locali del Centro per l’Impiego sono comodi da raggiungere e ben illuminati.

Che fortuna, eh?

Il call center come la legione straniera

febbraio 9, 2007

Un luogo in cui puoi non pensare e soprattutto non essere te stesso.

Grazie Pelodia

Nel girone del call center

febbraio 9, 2007

Non ci facciamo mancare proprio nulla, qui. Bisogna provare (più o meno) tutto nella vita, quindi perché non una bella collaborazione occasionale in un call center? Se poi il call center non è del tipo “Buongiorno sono Svetlonia, in cosa posso esserle utile?” ma è uno studio specializzato in sondaggi e ricerche di mercato la cosa sembra anche meno pericolosa.
Sembra.

Siamo donne a progetto

febbraio 3, 2007

Siamo flessibili, a tempo, intermittenti. Collaboriamo a progetto, rispondiamo a chiamata.
Anche i nostri sogni sono intermittenti e a tempo. Le nostre certezze non sono né coordinate né continuative. Viviamo a progetto. Viviamo in bilico, in un equilibrio precario tra i conti da pagare e lo stipendio che non basta mai.
Siamo funambole del pagamento dell’affitto, trapeziste del 3×2, incastriamo orari di tre-quattro lavori diversi come fossero pezzi di un puzzle.
Per poter un giorno avere una famiglia sacrifichiamo ogni giorno la nostra vita privata.
Ma non ci arrendiamo: promuoviamo nel quotidiano la partecipazione, l’autoproduzione, la cooperazione. E manteniamo la giusta dose di criticità e di ironia che ci permette di ridere di quanto ci succede.